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lunedì 17 dicembre 2007

DIETA DELL'ACQUA




Dieta dell’acqua
La dieta dell’acqua nasce in particolar modo per eliminare le tossine e le scorie depositate nel nostro organismo aiutando così a depurarsi gradualmente ed a dimagrire. E’ semplice da seguire e si consiglia di farla per una settimana, è importante non usare sale (eventualmente solo un pizzico) e condire con poco olio extravergine di oliva le varie pietanze come verdure cotte/crude. Altra regolare basilare: bere molta acqua, almeno 2/2,5 litri al giorno.

Lunedì
Colazione: 1 yogurt magro + 1 frutto
Pranzo: insalata mista con carote-soia-sedano-radicchio + 50g di ricotta
Spuntino: 2 fette di ananas fresco.
Cena: pasta integrale con aglio-olio-peperoncino + carciofi al vapore


Martedì
Colazione: 1 frullato di frutta + 3 barrette di cereali
Pranzo: insalata mista con lattuga-cipolla-cetrioli + 100g di tofu con salsa di soia
Spuntino: 1 mela
Cena: 60g di risotto con verdure (es. riso e asparagi) + insalata di pomodori e cetrioli

Mercoledì
Colazione: 1 tazza di tè verde + fiocchi di cereali + spremuta d’arancia.
Pranzo: insalata di lattuga e pomodori + 150 g di spigola al vapore + 1 fetta biscottata integrale
Spuntino: 1 succo di pomodoro o 1 tazza di tè verde + 2 gallette integrali.
Cena: 60g di pennette alle zucchine + finocchi al vapore

Giovedì
Colazione: 1 yogurt magro + 1 frutto + 2 fette biscottate integrali.
Pranzo: insalata mista di lattuga-carote-sedano-trevisana + 1 trancio di salmone alla piastra + 3 grissini integrali.
Spuntino: 1 yogurt magro
Cena: passato di verdure + 60 g di pane integrale + 50 g di tofu

Venerdì
Colazione: tè verde + 4 gallette di riso + spremuta di pompelmo.
Pranzo: insalata di mista a piacere + 2 fettine di pane integrale tostato
Spuntino: 1 mela o 1 pera
Cena: 80g di pasta al pesto + fagiolini al vapore + 2 gallette di riso

Sabato
Colazione: tè verde + 1 frullato di banana + 1 kiwi.
Pranzo: pinzimonio di verdure + 150g di insalata di mare + 2 gallette di riso
Spuntino: 1 yogurt magro.
Cena: 60g di riso alla trevisana + cavolfiore cotto a vapore + 2 gallette di riso

Domenica
Colazione: 1 yogurt magro + 2 frutti + 2 fette biscottate integrali.
Pranzo: insalata mista con carote-soia-sedano-radicchio + 2 uova sode, 2 fette di pane integrale
Spuntino: 1 mela
Cena: 80g di orecchiette con cime di rapa + 300 g di porri gratinati + 50 g di tofu


Acqua nelle diete
L’acqua è il principale costituente del nostro organismo (componente prevalente del sangue, liquidi extra ed intra cellulari). Nella dieta deve essere costantemente reintegrata per garantire un ottimale equilibrio idrico.
Il fabbisogno è calcolato in 1 ml di acqua proveniente da bevande e alimenti per ogni caloria assunta (ricordiamo che l’acqua non fornisce calorie e che la temperatura e l’attività fisica possono aumentare notevolmente il fabbisogno).
Acqua, salute e benessere
L’acqua è l’elemento più diffuso in natura ed il corpo umano è composto per il 60% di acqua (un neonato ne è composto per il ben 75%). E’ un elemento indispensabile per la vita, per la salute ed il benessere di tutto e tutti.

Anche nelle diete è sovrana e onnipresente, si deve bere almeno 2 litri di acqua al giorno per reintegrare le perdite salino-minerali che ha l’organismo durante la giornata. Ovviamente nel caso di chi pratica sport o di chi suda molto si dovrà integrare con maggior quantità di liquidi.



A cosa serve l’acqua?L’acqua regola la temperatura corporea, lubrifica i tessuti dei polmoni, degli occhi della pelle, facilita i processi depurativi e digestivi di trasporto, facilita l’assorbimento delle sostanze nutritive, favorisce la diuresi e l’eliminazione delle tossine.

Bere uno/due bicchieri d’acqua al mattino appena svegli e uno/due la sera prima di coricarsi sono una salutare abitudine che aiuta anche quando segue una dieta, in quanto bere a stomaco vuoto prima dei pasti aiuta a dare quel giusto senso di sazietà che aiuta a diminuire l’appetito.





Olio d’oliva
L’olio d’oliva è presente in tutte le diete per i condimenti a “crudo” (se ne consiglia un cucchiaio al giorno). e si ottiene dalle olive per mezzo della frangitura, la separazione dell’olio dalla polpa e dall’acqua si ottiene con presse idrauliche. Se il processo di frangitura non supera i 30 °C, si ottiene un olio di alta qualità alimentare (spremitura a freddo). L’olio così ottenuto viene lasciato a maturare in orci di terracotta o in contenitori d’acciaio.
L’olio di oliva, in funzione del contenuto di acido oleico libero, può essere extravergine (< 1%), vergine sopraffino (< 1,5%), vergine fino (< 3%) e vergine (> 3%). L’olio d’oliva nutrizionalmente è una fonte di lipidi sicura, anche se non bisogna dimenticare che essendo ipercalorico non si deve abbondare nell’utilizzo. E’ indicato nei condimenti a freddo come nelle insalate, nei sughi etc.

Dimagrire e acqua in dieta
Acqua gassata o naturale?

l’acqua gassata (con anidride carbonica aggiunta) si conserva più a lungo (il gas impedisce lo sviluppo di microrganismi) ed è più dissetante, ma se il corpo ha bisogno di acqua si finirà comunque con il berne la stessa quantità.


L’acqua gassata può essere giustificata proprio perché evita un reintegro idrico troppo veloce; d’altro canto molti non la sopportano per problemi gastrici.

Una soluzione intermedia costituita da acque gassate naturalmente può essere una valida soluzione.

Generalmente la miglior cosa comunque risulta scegliere l’acqua naturale quando si segue una dieta.








Il FICUS CARICA (gemme) ha un’azione elettiva sull’asse cortico-diencefalico del quale normalizza la funzione. L’azione positiva del Ficus carica nei disturbi gastrici conferma i rapporti che collegano stomaco e corteccia. Essendo un regolatore dell’asse cortico-ipotalamico, quindi utile nelle manifestazioni psicosomatiche con spasmofilie, soprattutto a livello gastrointestinale. Utile nell’acidità di stomaco, gastriti, ulcere duodenali, disfagie. Nelle turbe neurovegetative e psicosomatiche o d’origine funzionale a livello del tratto gastro-duodeno-colico. Disfagia esofagea con turbe della motilità per acalasia. Gastroduodeniti e sintomi ad esse correlati, (dispepsia, pirosi, ecc.). Turbe della secrezione gastrica sia ipo che iper. Gastrite cronica con anemia sideropenica. Ulcera duodenale. Disfagie esofagee ed ernie diaframmatiche da alterata motilità. Coliti e sigmoiditi. Utile quando si è in corso di riduzione di ranitidina, cimetidina, famotidina e sonniferi. Surmenage o stress con somatizzazione viscerale. Ha ottenuto risultati incoraggianti in caso di ulcere poco sensibili ai trattamenti classici ed in caso di recidive. Dopo trattamenti prolungati si è constatato la scomparsa radiologica del 60% dei casi trattati solo con Ficus e dell’80% dei casi con solo Ficus associato ad altri gemmoterapici (Tilia t. e Ribes n.). Favorisce la cicatrizzazione dell’ulcera e contribuisce a regolarizzare la secrezione del succo gastrico (Fernando Piterà - Compendio di Gemmoterapia clinica, De fabbri editore - GE 2000. Pag. 425-426).

La TILIA TOMENTOSA (gemme) agisce sull’asse cortico-ipotalamico e sulla sostanza reticolata innalzando il tasso di serotonina con effetto calmante. È utile nelle distonie neurovegetative e manifestazioni funzionali dell’ansia. La Tilia tomentosa associata poi al Ribes nigrum ed al Ficus carica è utile nello svezzamento da cimetidina e Ranitidina. Utile se associato al ficus c. nelle disfagie esofagee e nelle gastralgie, perfino nelle spasmofilie. Il RIBES NIGRUM (gemme) è uno stimolante surrenalico ed antinfiammatorio sistemico. Protettivo delle mucose e stimolante immunitario. Utile nelle gastriti, coliti, disfagie, epatiti, pancreatiti. Le gemme di tale pianta sono degli efficaci antinfiammatori ed antiallergici. La medicina, cosiddetta gemmoterapica, sfrutterebbe l’effetto cortisone-simile dei principi attivi - probabilmente di natura steroidea - contenuti in rilevante quantità nei tessuti di crescita della pianta. Questa è la ragione per cui sono usate le gemme ed i germogli e subito trasformati allo stato fresco per evitare degradazioni enzimatiche. Da quanto descritto si potrebbe dedurre che una si fatta miscellanea potrebbe essere utile come coadiuvante nel trattamento delle gastriti, ulcera gastrica e duodenale, nausea mattutina, distonia neurovegetativa, disfagie esofagee, ernie diaframmatiche, spasmofilia, sciatica.




Thè vergine per la cellulite
Il Tè vergine (Camellia thea) è un arbusto originario dell’Africa orientale; il suo bocciolo e le prime due foglie dei rami (le più ricche di principi attivi) sono usate per preparare una bevanda molto simile al tè e ricca di sostanze nervine: la teina, la
teobromina e la teofillina, tali sostanze sono utili nelle diete dimagranti per la diminuzione dell’appetito.







CAMELLIA THEA
Il tè verde è un potente antiossidante che contiene la teina che ha proprietà diuretiche, stimolanti, vitamine del gruppo B, elementi minerali, basi puriniche, carotenoidi, dimeri flavanici (proantocianidoli).
Nome comune: Tè verde, tè vergine

Famiglia: Theaceae

Componenti:

2% di un alcaloide
la caffeina (chiamata anche teina)
piccole quantità di teofillina
tannino
flavonoidi
resine
oli essenziali
sali minerali
Il tè verde aiuta anche a bruciare le calorie in eccesso e storicamente è stato usato per correggere malattie quali allergie, arteriosclerosi, asma, colera, raffreddore, congestioni, tosse, depressione, diarrea, infezioni digestive, dissenteria, fatica, mal di testa, epatiti, e tifo.

Il té verde può eliminare i batteri del cavo orale che causano carie e alito cattivo: i giapponesi lo bevono per evitare l'alito cattivo.

Gli effetti deodoranti delle sue foglie sono conosciuti da secoli, difatti sono state tradizionalmente usate come deodorante.

Curiosità

Alla base della coltivazione del tè ci sono due piante: la Camillia sinensis e la Camillia assamica. Gli arbusti del tè appartengono alla stessa specie della camelia. In letteratura si trova anche una definizione più antica che è: Thea sinensis o Thea assamica.
Il primo a descrivere la pianta del tè fu il botanico svedese Carl von Linne (Linneo) nel 1753 che la chiamò Thea Sinensis, cioè Tè Cinese.
Tè verde,Camellia sinensis,Thea sinensis ...




Il maggior interesse tra i vari composti che costituiscono i principi attivi della pianta è da attribuirsi alla alta concentrazione dei tannini. I tannini hanno la proprietà di far precipitare le proteine ingerite. Ne risulta pertanto ridotto il tasso di digestione e l’assorbimento calorico. L’effetto quindi è utile nelle diete dimagranti nell’alterazione del metabolismo proteico
(iperazotemia).


Il tè è usato come coadiuvante per le diete dimagranti e la obesità, l’iperazotemia; la cellulite.

LE PROTEINE DELLA FRUTTA

LE PROTEINE DELLA FRUTTA II tema di questo paragrafo riveste una particolare importanza nella problematica delle proteine. La sua trattazione è necessariamente complessa in quanto deve attingere a molteplici informazioni provenienti da fonti non solo assai disparate ma che possono sembrare a prima vista lontane dall'argomento trattato anche se poi si rivelano utili e convergenti in un medesimo intento. Questo motiva il ricorso alla seguente esposizione "a stelloncini", che in casi consimili è risultata essere la più conveniente per l'intelligibilità del testo. Si è cercato tuttavia di dare, al succedersi degli stelloncini, nei limiti del possibile, un ordine logico conseguenziale. Quando si parla di proteine qualificandole come uno dei cosiddetti principi alimentari, occorre sempre tener presente che tutti codesti principi partecipano assieme, alla sintesi della materia cellulare: deve prevalere, cioè una visione olistica, globale, "sinfonica", in quanto tutti i nutrienti sono interdipendenti e tutti sono egualmente indispensabili. Si può essere certi che, viceversa una visione settoriale da luogo a valutazioni errate. Del resto, tale interdipendenza è comprovata dal fatto che le proteine sono mal digerite in assenza di vitamine e che il loro metabolismo dipende da quello dei glucidi e dei lipidi, almeno in parte. Questo ci fa pensare subito al nostro cibo naturale, la frutta, dove, appunto, la coesistenza ed interdipendenza dei diversi principi alimentari da luogo ad un complesso (fitocomplesso) armonioso che rappresenta, nel contempo, l'optimum anche dal punto di vista nutrizionale. Abbiamo prima affermato che l'uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l'organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l'istintiva attrazione esercitata sull'uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell'uomo: ciò dimostra che l'alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell'uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo. I 22 aminoacidi (21 secondo alcuni, 23 secondo altri) esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall'organismo umano e quella degli aminoacidi chiamati "essenziali" (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati dall'organismo umano e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli "aminoacidi essenziali" sono un autentico "mito". Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare questa domanda, di fondamentale importanza: da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani? La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso: evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E Poichè noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell'uomo anche oggi. Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. Alan Walker, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l'unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui denti, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari; scoprì, così, che "ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell'arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell'Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna". Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall'istinto... e se la passavano bene. E' chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l'uomo e per l'intera sua vita, a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell'uomo è innato, perchè sbocciato dall'istinto, che ripetiamolo - è l'espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule; esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d'uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore "La vita degli alimenti"). Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del peripdo in cui l'accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda: perchè al termine della lattazione (e anche prima) l'istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice: esiste una strettissima correlazione tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita. Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell'atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una "continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta", per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell'uomo. Per dimostrare quanto conclusivamente è stato detto nel precedente 'stelloncino' sulla continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta, bisogna tenere presente quello che ripetutamente abbiamo già affermato e cioè: 1. All'uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, che risulterebbero dannosi alla sua salute; 2. l'uomo ha un fabbisogno singolarmente modesto di proteine, come è facilmente dimostrabile esaminando il latte materno. Partiamo dall'argomento "latte materno", che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E' noto che entro il sesto mese di vita extrauterina l'uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene 1'1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, 1'1,3% e, dopo 7-8 settimane, 1' 1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell'allattamento. Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico "primo alimento" a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell'intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate. Poichè la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento. L'accrescimento ponderale dell'individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante. E' pertanto del tutto ovvio che l'alimento che subentrerà al latte materno dovrà avere una percentuale di proteine corrispondente ai reali bisogni di proteine dell'individuo non più lattante, in linea con la decrescenza, prima comprovata, di tali bisogni proteici. Riassumendo, "il fabbisogno proteico dell'uomo è massimo nel lattante, medio nell'adolescente, minimo nell'adulto": questo ci dice il grande igienistaAttilio Romano nel suo aureo lavoro "Pregiudizi ed errori in tema di alimentazione "; su questo insiste anche il prof. Alessandro Clerici nel suo Lavoro "Come si deve mangiare". Occorre osservare: Senza alcun dubbio spetta al medico tedesco Lahmann il merito di avere, da pioniere illuminato, gettato, nel campo della dietetica umana, le basi scientifiche del fruttarismo, avendo scoperto e dimostrato che esso costituisce la innata prosecuzione naturale dell'alimentazione lattea. Ancora prima del Lahmann, un altro "grande", Max Rubner, docente di cllnica medica all'Università di Berlino, aveva richiamato l'attenzione degli studiosi suoi contemporanei (e il Lahmann colse l'importanza di tale appello) sul fatto che "la scarsezza di proteine nel latte materno è un segno distintivo della specie umana che sconfessava i paladini dei regimi ricchi di proteine". Questa è la regola che vige in natura: destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l'optimum per l'individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene 1' 1,2% di proteine, con il latte per es. di mucca, che contiene il 3,5% di proteine senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi. Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta "legge del minimo", che a nostro parere potrebbe anche (e forse "meglio") chiamarsi "legge dell'optimum" in quanto, se l'individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l'organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s'è già detto. Poichè la velocità di accrescimento dell'individuo non più lattante è decisamente inferiore a quella che aveva durante l'allattamento, è naturale ed ovvio che il contenuto proteico del primo cibo solido che l'uomo assume dopo lo svezzamento debba essere inferiore a quello del latte materno e da considerarsi l'optimum secondo la "legge del minimo". Ciò, in armonia con il reale diminuito bisogno di proteine. Ebbene, tale cibo non può essere che la frutta, che ha, appunto, in media, un contenuto proteico adeguato ai bisogni nutrizionali normali della fase successiva allo svezzamento: cioè, mediamente inferiore a quella riscontrata nel latte materno che nel periodo terminale dell'allattamento si aggira attorno all'l,2%, come si disse. A questo riguardo è interessante l'opinione del dottor Lovewisdom, uno dei più profondi studiosi dell'alimentazione naturale dell'uomo. Egli ci dice nel suo libro "L'adulto umano non ha bisogno di alimenti che contengono più dell'l % di proteine" "L'homme, le singe et le Paradis". Del resto, una volta completato l'accrescimento, il nostro fabbisogno di proteine serve solo alla sostituzione delle cellule perdute per usura, cioè al semplice mantenimento dell'equilibrio metabolico e a tale scopo la frutta acquosa è più che sufficiente. .